Giuliana Sgrena torna in Iraq. Per tutti noi

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Ma la vittima di solito no.
Invece c’è una giornalista – intrepida o un po’ folle, dipende dai punti di vista – che ha deciso di rivarcare i confini del proprio incubo personale per continuare a fare il suo mestiere sul campo, secondo coscienza.

Giuliana Sgrena è di nuovo in Iraq.
Meno di quattro anni dopo essere stata sequestrata, il 4 febbraio 2005, da un commando dell’Organizzazione della Jihad Islamica, che l’avrebbe tenuta in cattività per un mese.
Si era ancora nella fase in cui i gruppi armati della resistenza irachena prediligevano i rapimenti di giornalisti stranieri, puntando a ottenere visibilità sui media occidentali o, più banalmente, riscatti più ricchi.
Tra l’aprile 2004 e il marzo 2005 in Iraq sono stati rapiti 40 reporter stranieri, di cui 6 purtroppo mai liberati, tra cui Enzo Baldoni*.

Dunque va ricordato che Giuliana, oltre a patire una prigionia durissima, ha rischiato seriamente la vita. Vita che ha perso, poche ore dopo averla liberata, Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che aveva condotto le trattative per il suo rilascio.
E ben più pesante in questi anni deve essere stato, per la giornalista del Manifesto, sopportare la strisciante attribuzione di responsabilità per quella morte spesso riversata sulle sue spalle più che sul mancato rispetto delle regole di ingaggio da parte di un manipolo di marines dal grilletto facile, tra cui si distinse il cecchino Mario Lozano, attualmente al sicuro nel Paese della Libertà.

Giuliana Sgrena è di nuovo in Iraq e – quando ormai quasi tutti i reporter occidentali hanno fatto le valigie perché non c’è più verso di finire in prima pagina, ma in compenso si rischia ancora la pelle – ci racconta cosa sta succedendo ad Erbil, capitale del Kurdistan iracheno.
Qualcuno penserà che poteva starsene a casa. Che allora le piace andarsele a cercare. Noi le diciamo grazie.

*Il totale dei professionisti dell’informazione che hanno perso la vita in Iraq dall’inizio del conflitto ad oggi ammonta a 333, dei quali 303 iracheni e 30 stranieri.

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