Yankee crisi blob: 4. La valanga secondo Gaggi

gaggi“Dal 4 settembre al 4 novembre è cambiato il mondo. Si è passati dal drill baby drill con cui alla convention repubblicana si inneggiava alle perforazioni dell’Alaska e delle coste americane all’elezione di Obama che ha segnato l’inizio di una nuova era di austerity in cui si dovranno rivedere i modelli di consumo”.
Massimo Gaggi, corrispondente dagli USA del Corriere della Sera, ha assistito da vicino alla “crisi genetica del capitalismo” e la racconta nel suo ultimo libro edito da Laterza La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, presentato ieri alla Sala Buzzati della Fondazione Corriere.

L’autore accoglie la definizione di Corrado Augias secondo cui il suo è “il romanzo della crisi”, perché oltre ai fatti racconta le storie dei loro attori. Come quella di Henry Paulson, l’ex Segretario del Tesoro, “un personaggio drammatico, forse perfino tragico”. Difficile capire in che misura la sua decisione di lasciar fallire Lehman Brothers sia stata strategica o influenzata da un dato personale: Paulson veniva da Goldman Sachs, Lehman e il suo capo Richard Fuld erano i suoi nemici storici. Di certo rimane che questa si è rivelata la chiave di volta del crollo del sistema del credito e ciò per cui verrà probabilmente ricordato.

Concordi nell’elogio del testo di Gaggi, gli altri relatori forniscono punti di vista differenti sulle cause della crisi.
Per Alberto Martinelli, economista e docente di Scienza della politica, punto centrale è “l’assenza dei controlli sulle regole”.
Se eravamo abituati a considerare il capitalismo americano un modello era anche grazie ai suoi robusti e efficaci strumenti di regolazione. Perché ciò è venuto meno? La chiave è stata la legge approvata negli ultimi giorni della presidenza Clinton con cui si è smesso di sottoporre i futures alle autorità di controllo: “questo ha aperto uno spazio enorme a quella finanza parallela occulta che lavorava su prodotti altamente sofisticati ma in realtà – diciamolo chiaro – costruiti per imbrogliare”.

Salvatore Bragantini, ex commissario Consob, mette a fuoco come la disuguaglianza dei redditi sia stata causa più che effetto della crisi.
Da trent’anni gli stipendi della classe media americana sono aumentati molto meno di quanto la crescita economica avrebbe imposto. Si tratta delle stesse persone che hanno contratto i mutui subprime che adesso non riescono a onorare.

A gettare un po’ d’acqua sul fuoco ci pensa Fabrizio Saccomanni,  direttore generale di Bankitalia, che difende il ruolo della finanza (“resta un’attività fondamentale per la crescita dei sistemi economici”) e dei suoi controllori. Il problema sta semmai nel fatto che la crisi è globale, mentre le risposte sono locali, affidate a governi o istituzioni finanziarie nazionali le cui azioni non sono adeguatamente coordinate.

Saggezza da banchiere centrale, ma di fronte alla valanga le gambe tremano comunque.

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